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A colpi di sentenze del TAR per far fuori l'Ora di Religione

L'articolo di Don Maurizio Viviani, direttore dell'Ufficio Scuola della Diocesi di VR, apparso su Verona Fedele del 24 agosto 2009  è una lucida analisi e chiarificazione sulla questione recente dell'ennesima sentenza del TAR del Lazio

Una nuova spallata all’ora di religione a scuola. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, l’anomala alleanza di associazioni laiciste (con in prima fila l’Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti) e di altre confessioni non cattoliche (tra cui la Tavola Valdese, la Chiesa Evangelica Luterana italiana e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) che da tempo hanno messo nel mirino questo insegnamento, hanno trovato un singolare alleato nel Tar del Lazio.

Con la sentenza numero 7076 i giudici amministrativi hanno infatti disposto l’annullamento delle ordinanze dell’ex ministro della Pubblica Istruzione Fioroni. In pratica, il Tar ha stabilito che frequentare l’ora di Religione Cattolica non può portare crediti aggiuntivi e che gli Insegnanti di Religione non possono partecipare a pieno titolo agli scrutini. In particolare, nella sentenza i giudici scrivono che «lo Stato, dopo aver sancito il postulato costituzionale dell’assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto “noto”, non può conferire ad una determinata confessione una posizione “dominante” - e quindi una indiscriminata tutela ed un’evidentissima netta priorità - violando il pluralismo ideologico e religioso che caratterizza indefettibilmente ogni ordinamento democratico moderno».
La decisione del Tar laziale ha già suscitato la legittima protesta della CEI e dei docenti di Religione Cattolica, nonché di numerosi Dirigenti Scolastici, per il nuovo tentativo di emarginare l’Insegnamento della Religione Cattolica. «Questa sentenza è semplicemente assurda», sostiene Nicola Incampo, membro della commissione paritetica Ministero - CEI per l’Insegnamento della Religione Cattolica e “consulente a distanza” del nostro Ufficio scuola. «Già nel 2006 - prosegue Incampo - una sentenza del presidente del Consiglio di Stato, organo giudicante di grado superiore rispetto al Tar, aveva già dichiarato la legittimità delle ordinanze del ministro Fioroni. Non si capisce, quindi, come adesso i giudici amministrativi possano tornare indietro pronunciandosi su una questione già definita a livello superiore». Un’altra incongruenza del dispositivo del Tar riguarda la presunta “discriminazione” contenuta nell’ordinanza Fioroni. Per i giudici, infatti, frequentare l’ora di religione non può essere considerato meritevole di crediti scolastici aggiuntivi, rispetto a chi, invece, ha deciso di non avvalersi dell’insegnamento. In verità il ministro Fioroni aveva dato la possibilità di accumulare crediti a tutti, anche a chi frequenta attività sostitutive come - udite udite - la pittura batik, la danza caraibica, la cucina maghrebina e la corsa campestre.
Al di là di ogni polemica e certi che la sentenza del Tar verrà smentita nelle apposite sedi, pare opportuno fare qualche serena considerazione. Risulta innanzitutto evidente il tentativo di marginalizzare, o addirittura estromettere, a colpi di sentenze, l’Insegnamento della Religione dalla scuola, grazie alla perseverante ostilità di ordine ideologico che non ha niente a che fare con il clima formativo che dovrebbe contrassegnare la scuola. Si dimentica facilmente chi, prima della Chiesa, ha a cuore tale insegnamento. Si legge negli Accordi di revisione del Concordato: «I principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano» ed è la Repubblica italiana che, «riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole». È la Repubblica, pertanto, ancora prima che la Chiesa cattolica, che apprezza la Religione Cattolica e si prende l’impegno di assicurare tale insegnamento.
Alla luce di queste affermazioni, sorprende ancora di più trovare nel cartello dei ricorrenti anche esponenti di altre confessioni cristiane e di altre fedi religiose. A questo riguardo mons. Diego Coletti, presidente della Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, ha affermato che «forse non si è compreso il principio per il quale la Religione cattolica è presente nella scuola. Non è affatto un principio confessionale, come i rappresentanti di altre chiese cristiane temono, ma è un principio culturale, che parte proprio dalla presenza della cultura cristiana, che nel nostro Paese è stata espressa da quella cattolica, nella cultura, nella storia, nella società italiana. È in questa linea che si colloca la presenza dell’ora di religione, come strumento per capire la nostra cultura e la nostra storia. Niente a che vedere con il catechismo».

Tale insegnamento, spiccatamente culturale, andrebbe debitamente valorizzato anche in considerazione che oggi si è in presenza di un analfabetismo di massa in campo religioso. A questo riguardo, il filosofo Massimo Cacciari è del parere che «la nostra tradizione religiosa vada insegnata obbligatoriamente a scuola. Non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà». Se si vuole comprendere la nostra cultura non si può non conoscere la Bibbia, il libro che ha ispirato la civiltà occidentale, come non si può non conoscere l’impianto teologico che sorregge la Divina Commedia o la visione di fede che ha ispirato il genio di Michelangelo. Anche in questa direzione, la Religione Cattolica offre un contributo determinante, soprattutto nel nostro tempo in cui  si sta affievolendo l’universo simbolico  e diventa sempre più difficile consegnare alle giovani generazioni il meglio della nostra straordinaria cultura.  
Non va dimenticato che l’Insegnamento della Religione nell’esperienza di molti ragazzi rappresenta un importante momento di confronto, di condivisione e di apertura ai grandi temi del vivere umano, perché spesso è con l’insegnante di Religione che si dialoga e si confidano i problemi che pesano sul rendimento scolastico in età difficili come ad esempio l’adolescenza. Capita spesso anche nelle nostre scuole veronesi che l’insegnante di Religione sia in molti casi l’“antenna formativa” della scuola, in grado di captare e decodificare gli aspetti problematici degli alunni e del “gruppo classe”. A questo riguardo, diversi Presidi veronesi mi hanno confidato che, in presenza di situazioni problematiche (tra tutte: il bullismo) da comprendere e valutare, si chiede espressamente al docente di Religione non solo un parere, ma anche quale sia la più adeguata strategia di intervento educativo.
La Religione Cattolica viene liberamente scelta dal 91% degli studenti. È scelta pure dal 51% degli immigrati, tra cui numerosi musulmani, che desiderano frequentare l’ora di religione proprio perché lo considerano uno strumento importante per comprendere la cultura italiana e per integrarsi. Va anche in questo senso l’investimento delle diocesi nella formazione degli Insegnanti, per far sì che possano essere sempre più competenti, motivati e all’altezza delle nuove sfide didattiche ed educative. La loro formazione riguarda non solo il “che cosa” (i contenuti) e il “come” (la didattica), ma anche gli aspetti psicologici e pedagogici dell’insegnamento e, non da ultimo, le strategie di accompagnamento degli immigrati e dei disabili. Più di un Dirigente Scolastico Provinciale ha apprezzato la proposta formativa di aggiornamento dei docenti di Religione veronesi. E uno di loro ha pubblicamente ammesso: «spero che anche gli altri docenti si aggiornino come vi state aggiornando voi». Un apprezzamento che sprona gli insegnanti di Religione a dare, come nel passato, il loro determinante contributo per rendere la scuola luogo di cultura e di educazione.

Don Maurizio Viviani

 

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