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La collaborazione tra laici e cattolici

Conversazione con mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste
di Stefano Fontana
TRIESTE, martedì, 1 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Nel mondo di oggi si fa un gran discutere di laici e credenti, Stato e Chiesa, religione e secolarizzazione. E non si tratta solo dell’intervento di ecclesiastici nei riguardai delle politiche che regolano lo Stato e la società civile.
Il tema del rapporto tra laicità e religione è diventato ancora più scottante, da quando incombe la minaccia del fondamentalismo islamico che non riconosce differenze tra i due termini...

Per cercare di approfondire il tema, ZENIT ha intervistato monsignor Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE) e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.


Eccellenza, prima di tutto, cosa vuol dire, secondo lei, “laico”?


«Mi sembra che la parola abbia oggi quattro significati. Prima di tutto laico vuol dire “non prete” e “non religioso”. Chi non è sacerdote né appartiene ad una congregazione religiosa di monaci o frati o suore si dice laico. Mia madre e mio padre erano laici. Secondariamente, può dirsi laico chi ritiene che la dimensione politica abbia una propria autonomia dalla religione, ma che nello stesso tempo possa avvalersi delle risorse spirituali e morali della religione, anzi che ne abbia bisogno, altrimenti sarebbe la politica stessa a trasformarsi in un assoluto religioso. In un terzo significato laico significa oggi chi vive e ragiona senza tenere conto della religione; in altre parole significa indifferenza alla religione. Infine, oggi laico vuol dire anche anti-religioso, ossia chi combatte la religione, non la lascia esprimere, non le permette di dire la sua nel campo pubblico».


Potrebbe stabilire una gerarchia tra questi significati? Secondo lei la vera laicità quale sarebbe?


«La prima definizione non fa problema per nessuno. Tra le altre tre vorrei dire che la più corretta è la prima (vale a dire la seconda nell’elenco suddetto), mentre la seconda e la terza sono scorrette, prima di tutto dal punto di vista della laicità. Ossia sono forme di laicità poco laiche».
Capisco che lei sostenga che chi combatte la religione sia poco laico, ma perché chi non ne tiene conto, è indifferente, non sarebbe un autentico laico?
«Perché è già un escludere Dio dall’ambito pubblico. Anche se non lo combatto apertamente, se affermo che l’organizzazione della società non deve tenere conto minimamente della dimensione religiosa ma deve essere indifferenze e, per esempio, che bisogna togliere i simboli religiosi, impostare una istruzione scolastica che prescinda totalmente dalla religione, che il Vescovo non può far sentire pubblicamente la sua voce e i cattolici non possono realizzare una forma di presenza esplicita nella società o cose di questo genere … dico di essere indifferente, mentre invece ho fatto una scelta di esclusione».


Non è quindi possibile non prendere posizione sul problema di Dio?


«Non è possibile. E la laicità che lo ritenesse possibile sarebbe un inganno. La laicità è esercizio della ragione e non uso dell’inganno. Si può costruire un mondo impostato su Dio o uno impostato senza Dio. Non è possibile una terza via. Impostare un mondo su Dio, però, non vuol dire essere integralisti, vuol dire riconoscere alle cose umane la loro autonomia, ma vederle anche nei loro limiti e, quindi, nel loro bisogno strutturale di un supplemento di risorse per poter essere se stesse. Per lo stesso motivo impostare un mondo senza Dio non significare impostare un mondo neutrale».


Eppure oggi si dice che la questione di Dio viene dopo, per chi se la pone. Lei invece dice che viene prima, in quanto nessuno la può eludere.


«La questione di Dio viene prima di tutte le altre e non c’è nessuno che non se la ponga. Questo accade perché quando noi conosciamo la realtà la conosciamo subito come bisognosa di fondamento, ossia incapace di spiegarsi fino in fondo da sola. Lì, in quella percezione, c’à già l’idea – anche se generalissima – di Dio, che poi ci accompagna per sempre. L’idea di Dio non si aggiunge quindi dopo che abbiamo elaborato tutte le altre. Il laico è colui che adopera la ragione per organizzare la propria vita, ma per non assolutizzare la ragione e farsene una prigione, tiene aperta la domanda, rimane disponibile ad un supplemento di senso che la ragione da sola non può darsi, ma a cui essa stessa rimanda dato che in essa si nota un bisogno di completezza che non sa darsi da sola».


In questo senso allora solo chi rimane aperto a Dio è laico.


«Credo proprio che sia così e le farò due esempi. Il presidente francese Sarcozy, in un suo famoso intervento a san Giovanni in Laterano di qualche anno fa, ha coniato l’espressione “laicità positiva”. Egli voleva con ciò indicare una laicità che esprime un atteggiamento di positiva apertura nei confronti della religione. Il Papa Benedetto XVI ha dimostrato di apprezzare l’espressione e l’ha adoperata nel suo viaggio in Francia di due anni fa. Il secondo esempio è il seguente: Joseph Ratzinger, in un suo famoso discorso fatto da cardinale, aveva invitato i laici a “vivere come se Dio fosse”. Ecco ancora il tema della religione positiva. Sarebbe veramente poco laico sospendere il dubbio: e se Dio esistesse? Il credente, la cui fede non va mai completamente esente dal misurarsi con l’incredulità, chiede al laico questa pari onestà intellettuale: viva anche lui senza mai cessare di misurarsi con il dubbio laico: siamo proprio certi che Dio non esista?».


E se un laico non lo fa?


«Io credo che non sia allora più laico. Diventerebbe un dogmatico e sarebbe guidato da un intollerante fastidio per la religione che lo renderebbe incapace di vederne con obiettività il significato, la scambierebbe per superstizione cialtronesca. Di fatto la combatterebbe, naturalmente in nome della laicità, che però sarebbe una nuova religione dell’antireligione. Ce ne sono molti oggi, di laici intolleranti».


In una Lettera di Bambini della sua diocesi per la festa di San Nicolò, lei aveva tra l’altro affermato che i bambini che vivono in una famiglia di genitori sposati sono fortunati. Per questo è stato criticato di discriminare sia i bambini che le famiglie. Lo considera esempio di laicità intollerante?


«La laicità tollerante è quella che permette alla Chiesa di esprimersi secondo la propria logica e non di dire cose che corrispondono ad altre logiche. La fede cristiana dice che il matrimonio non è solo un contratto esplicito o implicito, ma la costruzione sacramentale di una realtà nuova, che vivrà nella misura in cui accetterà di essere vivificata dal Signore. Ciò non è contraddetto dal fatto che, purtroppo, anche tanti matrimoni celebrati in Chiesa umanamente falliscono; né obbliga ad equiparare tutte le forme di “famiglia”. Non credo sia tollerante criticare il Vescovo perché dice che il vero modello di famiglia è quello cristiano, proposto da Dio stesso nella Santa Famiglia di Nazareth, vissuto e insegnato dal Signore Gesù. Né gli si può impedire di affermare che nascere in una siffatta famiglia, in cui l’amore di coniugi è improntato all’amore di Dio per noi e di noi per Dio, sia una grande fortuna. Aggiungo qui qualcosa di più: questo dovrebbe essere considerato un diritto di ogni bambino. Chi lo ha sperimentato sa bene che è una grande fortuna. Dire poi che in questo modo il Vescovo farebbe delle discriminazioni è pressoché ridicolo: l’amore della Chiesa è aperto a tutti, ma non esime di dire come stanno le cose».


Trieste è orgogliosa della sua tradizione laica. Fa bene?


«Fa bene perché laicità vuol dire apertura alla convivenza, accettazione reciproca, dialogo amichevole e non preconcetto, assenza di forme di fondamentalismo. Ma sbaglia quando qualcuno a questa laicità dà un altro significato: che la Verità non esista, che la Chiesa non debba annunciare Gesù Cristo ritenendolo Verità e Vita, che la Chiesa non debba evangelizzare e pregare perché le conversioni aumentino, quando critica l’annuncio chiamandolo proselitismo. Oppure sbaglia quando qualcuno vorrebbe mettere la museruola al vescovo, oppure – il che è peggio – far dire al vescovo quello che il mondo vorrebbe sentirsi dire, e cioè che tutto quello che fa va bene. Non tutto va bene: ci sono forme oggi di impostare la famiglia che non rappresentano il vero bene dei bambini e che li fa soffrire, sbattendoli a destra e a sinistra e scaricando sulle loro povere spalle le irresponsabilità degli adulti. Non è laicità vera quella che impedisse al vescovo di dire queste cose».
La Chiesa chiede obbedienza ai propri fedeli, non a tutti gli uomini. Agli altri la Chiesa chiede rispetto, ritenendo di svolgere un servizio all’uomo e di esprimere risorse spirituali e morali per il bene della società. Chiedere rispetto non è chiedere privilegi. Perché niente e nessuno può togliere alla Chiesa una sua “pretesa”.


Quale pretesa?


«La pretesa di portare con sé una Risposta ai veri bisogni dell’uomo. La laicità deve rispettare soprattutto questo: che la Chiesa abbia la possibilità di esprimere pienamente il suo messaggio di salvezza, che riguarda l’intera vita umana, pensando che, così facendo, essa svolge un servizio alla persona umana. Chi mi critica perché sostengo che vivere in una famiglia cristiana, vivificata da Cristo stesso e dal suo Spirito, è una grande fortuna, di fatto non accetta che la Chiesa con il suo messaggio possa pretendere di rendere più umana la vita. Ma questa intolleranza nei suoi confronti la Chiesa non potrà mai accettarla».

 

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